VIOLENZA SULLE DONNE

Nonostante corra l’anno 2019 parlare di violenza sulle donne in Italia rimane tabù. Non solo non si accetta la possibilità che la violenza sia adoperata nella maggioranza dei casi all’interno della famiglia da parenti o affini, ma l’argomento in sé continua a rimanere intriso di retorica e buon costume tipico da ricorrenza. Basti pensare a tutte le sviolinate che date di calendario come l’otto marzo e San Valentino ci riservano: post su Facebook, cuori, mimose, gioielli, cene, apprezzamenti, elogi e chi più ne ha più ne metta.

Eppure, stando ai dati Istat sono proprio coloro che regalano cuscini a forma di cuore e mazzi di fiori a profusione ad essere i maggiori artefici delle violenze.

Dati Istat

La realtà che mostra l’Istat in merito a numerose indagini infatti è tutt’altro che rosea: purtroppo iniziamo con un po’ di numeri.

In Italia risiedono circa 21 milioni e mezzo di donne comprese tra i 16 e i 70 anni. Relativamente agli ultimi dati reperibili risalenti circa il 31,5% ovvero 7 milioni dei 21 menzionati ha subito almeno una volta nella vita una violenza fisica o sessuale.

Sarebbe sufficiente citare questo singolo dato per chiudere un appello significativo e risoluto su quanto la violenza sulle donne sia una vera e propria piaga. Senza ipocrisia e stando a fenomeni statistici più che alla cronaca nera, è doveroso sottolineare che nessun tipo di violenza può essere giustificato; è giusto invece ribadire che l’approccio al pensiero e all’analisi di quest’ultima deve essere diverso nel momento in cui venga superata una certa soglia di casistica.

Nel caso italiano infatti si deve prendere atto di essere di fronte ad un fenomeno nazionale che rimane spesso all’interno delle mura domestiche.

L’Istat ha diviso, per l’elaborazione delle statistiche, le vittime in tre categorie:

  1. Donne che hanno subito violenza da fidanzato ed ex fidanzato;
  2. Donne che hanno subito violenza solo dal fidanzato;
  3. Donne che hanno subito violenza solo dall’ex.

Sono infatti 2 milioni 800 mila le donne che denunciano di aver subito violenze fisiche o verbali da partner o ex partner, 2 milioni 44 mila dall’ex partner e 850 mila dal partner attuale.

Numeri preoccupanti che mostrano quanto la violenza sia diffusa e capillare: si parla di milioni di persone, una miriade.

Le forme di violenza “meno” gravi sono le più diffuse: sono infatti il 12,3% le donne che subiscono minacce, l’11,5% quelle spintonate e strattonate, 7,3% oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi. Meno gravi in quanto non paragonabili a stupri, violenze sessuali o ferite irreversibili. Violenze però che rimangono comunque tali ed incominciano visivamente ad instillarsi negli occhi dei figli (maschi e femmine) che crescono in una “normalità” deviata. Di fatto non solo le donne subiscono un danno ingiusto e un abuso, ma l’atto in sé diventa quasi un modello comportamentale per i figli maschi che matureranno un approccio statisticamente “non cavalleresco” con il gentil sesso e per le figlie femmine che cresceranno invece con l’idea che il ruolo donna/mamma imponga una determinata sottomissione. Di fatto si inculca in ambo i sessi un’idea di convivenza e sacrificio da matrimonio che comprende per forza un elemento violento al suo interno.

Sondaggi Amnesty International 2017

Seppur quindi “meno gravi” questi piccoli gesti di violenza quotidiana incominciano a diventare quasi la normalità dello stare insieme. Viene quindi a livello familiare giustificato un atteggiamento violento e discriminatorio perché ormai usuale e ricorrente. Non è irrilevante infatti che proseguendo con la lettura dei dati Istat emerga come il 62,7% dei casi di forme gravi di violenza sia esercitato dai partner. Gli stessi che quotidianamente strattonano, spingono, urlano, picchiano le proprie compagne.

La comparazione con gli anni precedenti mostra comunque un miglioramento rispetto al decennio scorso, miglioramento che non può bastare per lavare la coscienza di coloro che dovrebbero pensare ad un modello di prevenzione del fenomeno e protezione della donna dopo la denuncia.

Nel momento in cui il fenomeno ottiene una portata a caratura nazionale, non si può pensare che la colpa dell’azione sia sempre e solo in capo al singolo individuo.

Dati Istat comparati

La politica in questo senso non si può dire corresponsabile ma certamente si può descrivere come inefficiente nell’ affrontare il problema. Della violenza e dell’intimidazione che avviene all’interno delle famiglie non si fa mai menzione in nessuna campagna politica ed in nessun programma elettorale, sebbene questo sia un problema che si potrebbe risolvere solo con un piano ben strutturato e di lungo periodo.

Bisogna infatti capire che la risoluzione dei problemi avviene non solo incarcerando a destra e a manca o promettendo castrazioni chimiche a profusione, bensì agendo su un programma di sensibilizzazione e cambiamento che per forza deve essere rivolto ai più piccoli partendo dalle scuole. Ovviamente non si può ragionare solo in un’ottica di lungo periodo ma agire fortemente nel presente. Stando ai dati 2017 sono solo 15 donne su 10 mila che si recano ad un centro antiviolenza. Una percentuale irrisoria, quasi impercettibile. Non bisogna quindi solo agire sul maschio reo ma anche sul pensiero e la percezione femminile: è opportuno cercare di creare un sistema che riesca ad incitare maggiormente la donna vittima alla denuncia e alla ricerca di aiuto. Senza la denuncia infatti, i numeri servono solo per gonfiare statistiche e sondaggi o aumentare lo share dei programmi televisivi che trattano di cronaca nera. In questo senso è bene specificare che chi scrive (come uomo) è ben conscio dei problemi ai quali può andare incontro una donna nel momento in cui parta una denuncia nei confronti di un partner o una persona a lei vicina. È proprio in questo frangente che bisogna agire: mettere in piedi un meccanismo di segnalazione, prevenzione e supporto che sia di aiuto e di incentivo alla denuncia stessa.

Statistica Centri anti violenza

A proposito dello share dei programmi televisivi: durante la puntata del 17/09/19 è andata in onda su Rai 1, Porta a Porta, un’intervista di Bruno Vespa a Lucia Panigalli. La donna ha raccontato la sua storia di vittima di un uomo violento, condannato per aggressione nei suoi confronti e successivamente tornato libero, nonostante abbia espresso l’intenzione di assassinarla.

Di seguito un estratto di intervista:

Lucia: “Ha cercato di darmi una coltellata alla base del collo, ma io mi ero protetta con la sciarpa e il giaccone e quindi il colpo si è fermato superficialmente”.

Vespa: “Però dai, se avesse voluto ucciderla l’avrebbe fatto. Dai, diciamoci la verità”.

Meditiamo anche su questo modo di approcciare il fenomeno dagli scranni dei guru televisivi…meditiamo su queste parole!

Non una di meno

Questo atteggiamento tipicamente maschile di sottovalutazione del fenomeno, mantiene lo stesso all’interno di un piccolo mondo (che secondo i dati citati, così piccolo non è) conosciuto solo dalle donne. Ad avviso di chi scrive sono gli uomini che devono incominciare a cambiare atteggiamento, ad aiutare e comprendere la situazione ricordando che non solo l’atto fisico in sé è riconducibile ad una violenza ma anche la continua sottovalutazione del fenomeno stesso. Vespa in questo caso ne è l’esempio calzante.

Chi è violento con le parole è già un assassino: le parole sono le prime armi sempre a disposizione per ferire e negare la vita di un altro

Enzo Bianchi

EDOARDO CAPPELLARI

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