MANI PULITE

La radio mi fa molta compagnia, a casa ed in auto specialmente. E’ la cartina al tornasole che indica la mia appartenenza ad una generazione ormai sorpassata dalle modernità tecnologiche, mediatiche e della rete, che compongono oggi il tam tam giovanile, e non solo.

Utilizzo la tecnologia e mi integro nell’attuale sistema satellitare soprattutto per lavoro, ma non è nella mia educazione scolastica, anche se fui fra i primi ad usare un primordiale calcolatore elettronico a schede perforate al Centro di Calcolo di Casalecchio (BO). Quando mi laureai, il professore più autorevole della Facoltà ci costringeva ancora ad usare i regoli, per sola verifica di quanto facevano i primi computer.

Diceva che il lavoro della macchina non doveva prevalere sul controllo umano. Da allora, comunque, mi sono ben adattato e vivo nel presente, ma per parole e musica prediligo ancora la vecchia radio.

Ed appunto dalla stazione radiofonica collegata con i lavori parlamentari romani (GR Parlamento), ho ascoltato l’intervento di un neo deputato, tenuto in occasione della fiducia al nuovo governo Letta: mi ha colpito una frase particolare. Ho capito subito che non era farina del suo sacco, perché a me era una frase già nota da decenni.

Governo Letta, 2013

Mi ha riportato con la memoria ai miei freschi e puliti ideali degli anni 70.

Riguardo questa citazione (con mio stupore) ho pescato il parlamentare con le mani nel sacco, o meglio fra i carteggi di una grande figura che ha segnato un piccolo pezzo della storia italiana.

Tale autorevole figura ha dato un contributo allo sviluppo e all’accrescimento della libertà nella nostra democrazia, che per certi versi, a volte, sembra ancora in fasce.

Non è un politico, non è uno statista, né uno storico e né un filosofo, ma forse un po’ di tutto questo: è Don Lorenzo Milani, parroco fiorentino, nato nel 1923 e morto a soli 44 anni.

Don Milani

Un prete anomalo, se per tale si intende un pastore di Dio fuori dalle rigide e a volte ceche regole della Chiesa Cattolica e obiettore anche di alcune leggi dello Stato Laico.

Uomo di azione, uomo di opere, anticonformista nella grigia storia di alcuni rapporti Stato-Chiesa degli anni 60-70.

Come in Socrate e in Antigone si incarnavano i modi dell’obbedienza e della disobbedienza, così in lui convivevano tutti e due i ruoli, in quanto entrambi espressioni della libertà.

Diceva che i giovani che accettano la prigione per principi etici, conoscono quanto Socrate il valore della legalità. Sosteneva l’amore costruttivo e questo fatto lo rendeva simile ad un erede di Sant’Agostino, come limpido e intenso esempio di riconoscimento del valore autonomo della legalità in quanto tecnica di autolimitazione del potere.

Umile ma dirompente protagonista della parola di Dio che ha sempre messo in pratica con le opere, più che con le parole.

È stato per me un maestro (le sue opere e i suoi scritti), un discepolo del Signore, che segnò il pensiero e il cuore dei miei anni universitari.

Arrivò alla disobbedienza civile ma con un assoluto rispetto della legalità repubblicana.

E badate bene che non lo faceva in virtù di una Legge Divina ma solo per ribadire il primato della Coscienza Individuale.

Spese la sua vita in una parrocchia di montagna, trasformata in scuola, dove educava giovani che guardavano il futuro pieni di speranze e buone intenzioni. Vi trascorreva 12 ore al giorno per 365 giorni l’anno.

Giovani che prima del suo arrivo facevano gli stessi lunghi orari ma per procurare lana e formaggio per altri giovani più fortunati, che stavano in città.

Una sua lettera del febbraio 1965 nella quale difese l’obiezione di coscienza, gli costò un processo con l’accusa di apologia di reato. La cosa sorprendente è che questa lettera non era indirizzata allo Stato o al Ministero della Difesa ma a un gruppo di cappellani militari suoi confratelli.

Tralasciando il riferimento al Vangelo in cui era troppo facile dimostrare la contrarietà alla violenza e all’omicidio, rivolse il suo nobile sfogo tutto alla Costituzione della Repubblica Italiana.

Per farvi capire in  breve, riferendosi all’articolo 11 : “L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà….” e all’articolo 52: “ la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino….”, a mio parere non fece assolutamente un’apologia di reato ma un’apologia dei più nobili e valorosi concetti di Patria e di Libertà, nostra e dei paesi in cui ci siamo trovati in guerra nell’ultimo secolo di storia.

Sosteneva infine che se l’ordine militare era il bombardamento di civili, un’azione di rappresaglia su villaggi inermi, l’esecuzione sommaria di partigiani, l’uso di armi atomiche, batteriologiche e chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le fucilazioni per incutere terrore negli altri soldati, e se, in seguito a queste azioni, i loro cappellani erano ancora vivi e graduati, era il segno che non avevano mai obiettato, con la propria coscienza, NULLA.

Mai obiettato alcunché per il calpestamento della legge della sacralità della vita.

E tanto meno ebbero insegnato ai soldati il significato di obiezione di coscienza a costo di detenzione, di torture o addirittura della morte, quindi nell’ambito della legalità.

Per onestà mi sento di dire che molti partigiani e anche alcuni fedeli alla Repubblica di Salò, pagarono con la vita l’opposizione ai propri ideali.

Ma per altrettanta onestà e chiarezza, questo non fu mai per obiezione contro la morte a favore della vita, ma per ideali politici, democratici e libertari, altamente rispettabili, ma di minor peso.

Limitandoci all’art. 52, ed usando la stessa unità di misura del suo testo, provate ad elencare le guerre di difesa in cui il popolo italiano è stato chiamato in un secolo di storia!

Mi rattrista vedere milioni di italiani che necessitano di un programma televisivo satirico per scoprire che cos’è la nostra Costituzione, condotto dal mattatore comico Roberto Benigni. Bella, affascinante e, presentata così, anche accattivante, ma la storia italiana è cambiata e positivamente maturata, così come la democrazia sua figlia e così come gli italiani.

Tanto di cappello ai Padri della Patria: meglio di così non potevano fare. C’è un però: come nell’ordinamento giuridico italiano (penale e civile), così anche nella Costituzione, l’asino (tutto italiano) che cade, sta nell’interpretazione e nella messa in pratica.

Nell’art.48, al 2° capoverso, sembra quasi che i Fondatori avessero già nelle loro lungimiranti previsioni politiche, un presentimento di possibile rivolta popolare, se mai fosse successo un giorno.

Il voto, indicato in tutto l’art. come un diritto dello Stato Democratico, in una sola frase di 4 parole, è definito come un dovere civico: unico riferimento a quel termine.

Presentimento di prevenzione (pur definito civico e non legale), nel caso che noi cittadini oramai esausti, stremati e disgustati, avessimo mai potuto un giorno mettere in pratica una cosa: obiettare e ritenere il voto esclusivamente un sacrosanto diritto, non un dovere.

Personalità quali  Enrico De Nicola, Umberto Terracini e Alcide De Gasperi, firmatari della Carta Costituzionale, oggi non ne esistono più. Limitandomi all’immediato dopoguerra e aggiungendoci anche alcuni altri insigni esponenti di partito, per esempio Pietro Malvestiti, Sandro Pertini, Ignazio Silone e Giorgio Almirante (per non far torto a nessuno), al giorno d’oggi io non vedo più veri politici con la P maiuscola, di mestiere e di alte capacità.

Assemblea Costituente

Mi si può obiettare che allora era facile, più di oggi, fare il politico, vista la diffusa ignoranza popolare, ma, quantunque sia, i leader erano politici validi e soprattutto non corrotti. Forse dal potere si, ma non dal denaro.

Attualmente, i soldi tutto influenzano e tutto comandano. Apriamo gli occhi e ricordiamoci che la tunica di Cristo non aveva tasche. La brama di denaro, è una sete, purtroppo, che mai verrà saziata, se non da un altissimo e puro senso civico utilizzato nella gestione della cosa pubblica.     

Tornando al prete scrittore fiorentino, l’operato di Don Milani (non solo i suoi scritti) del dopoguerra, fu un inno contro la codardia, contro l’apatia, contro il menefreghismo di stampo fascista, contro il comunismo statalista e contro il qualunquismo.

Calandomi ora nell’attualità, vedo la sua vita sostanzialmente come un manifesto contro l’egoismo che si condensa nella chiusura in noi stessi. Isolamento che è sintomo di disimpegno, secondo il quale rimaniamo sicuri e tranquilli solo quando arroccati nel nostro castello.

Una egoistica pigrizia fatta di pulizia solo del proprio giardino, fregandosene delle alte erbacce al di là della recinzione.

Io cerco di vivere nel pulito, se poi fuori c’è sporcizia non è un problema mio: questa la regola, a volte esposta ma spesso inconsciamente rispettata, per volontà recondita.

Don Milani diceva e scriveva: ” A che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca ”. Ecco la citazione del parlamentare.

Sentendo profondamente mia tale affermazione, aggiungo una noticina personale politica, a tu per tu con il Grande Parroco toscano.

È vero, Don Milani, ciò che affermi, ma se Tu vivessi oggi, forse saresTi d’accordo che nel tirar fuori le mani pulite dalle tasche per metterle in una tinozza d’acqua sudicia, Te le sporcheresti anche Tu anziché pulirle agli altri. Intendo che la rivoluzione politica del giorno d’oggi deve prevedere prima il ricambio totale dell’acqua.

Non solo con il contributo di protesta alla vaffanculo, ma con lo sversamento radicale della mastella.

Il cambio di mentalità politica e generazionale.

Allora sì che le mie mani pulite non si sporcherebbero e contribuirebbero a rendere i panni ancora più lindi, o anche solo a raccoglierli e stenderli soffici e profumati.

Affermo questo perché mi sono reso conto che dopo 35 anni di mie gite all’urna elettorale, poco o nulla è cambiato nei radicati pensieri politici o ideologici degli italiani. Da una parte e dall’altra, da destra e da sinistra.

Solo grandi personalità con un carisma eccezionale e con un alto concetto dello Stato, come dicevo poc’anzi, potrebbero rimuovere lo sporco presente nella società.

Per noi piccoli, l’unica risorsa è quella dell’unione, per creare una sorta di rivoluzione di gruppo, liberale o socialista, come più vi aggrada, che possa avere gli stessi effetti di quelli che produrrebbero grandi statisti oggi purtroppo inesistenti. Grandi per onestà e sincerità, con puliti e semplici (realistici) ideali riversati in altrettante opere sociali. Si deve ritrovare l’onestà intellettuale ed operativa della gestione della cosa pubblica.

Se mai l’attuale Governo Letta cadesse (storia a noi italiani ben nota: le cadute anticipate), ritengo utile da parte nostra, rinnegare con i gesti il vecchio sistema, oramai vestito solamente di panni stinti e laceri: anche il non voto è un’azione dirompente, non più qualunquistica come un tempo.

L’America insegna. Fino all’ottenimento del risultato, per poi ributtarci nella mischia.

Abbiamo necessità di una Terza Repubblica non corrotta, non collusa e non intorpidita dai beceri fumi di illecite e deprecabili azioni politiche delle Repubbliche precedenti.

Amici di Yuma, non è con le chiacchiere da bar che si cambiano le cose. E neanche con le fumose ed inconcludenti riunioni di cellule, gruppi e direzioni di partito o di movimento dove scannarsi e parlare di niente.  

Non è con le offese rivolte al presunto avversario politico (anche di solo tavolo da caffè) che si immergono le mani nell’acqua sporca per pulirla. L’impegno politico e la libertà di pensiero (per alcuni vissuta solo nel nome ma non nei fatti), non si mettono in pratica con l’arroganza sostenuta da toni verbali alti, fatti solo di nuvole o lampi.

Lo dico sia agli amici bianchi che ai compagni rossi che ai fratelli neri, e a tutti quelli colorati con tinte pastello.

Per la figura sociale che nel mio orticello ho sempre ricoperto, e non per un colore politico brillante, mi è stato chiesto spesso di scendere, entrare o salire in politica, scegliete voi il termine che più vi piace.

Sono sempre stato portato ad uno spirito di reale impegno nel sociale, ma l’ho sempre rifiutato nella politica partitica, perché, pur con cambiamenti di forma, facciata e colore, ho sempre visto l’immobilismo del sistema.

Entrare significava adeguarsi, sottostare a rigide regole di odio per la parte avversa e di lotta sterile fatta solo di contrapposizione dell’avversario, anche se spesso le idee e le intenzioni, provenivano da una stessa buona zocca.

Significava che l’obiezione figlia dell’amore costruttivo di Don Lorenzo, portava inevitabilmente fuori dal partito, dalla corrente o dal gruppo, con un graduale allontanamento dalla scena politica.

Non ho mai timbrato un cartellino in tutta la mia vita : non è nella mia natura .

Pool di Mani Pulite

Non c’è niente di deprecabile nel farlo. Ciò che mi stupisce e rattrista è che vedo tanti che timbrano con l’assoluta convinzione che questa azione di espressione di libertà, allorché presente al battesimo politico, permanga.

No, in politica non è così !

Se avete tempo, voglia e umiltà di leggere Don Lorenzo Milani, troverete l’esempio da seguire, la via corretta dell’agire, lungo la strada delle riforme sociali, quelle che nobilitano veramente gli animi e pensano al benessere e alla vera crescita di Tutti  gli Italiani, non gli esempi che riempiono le bocche d’aria e di fiati spesso maleodoranti.

Politica italiana, cambia mentalità! 

Inizia a respirare aria pulita, pensa alla cosa pubblica sapendo che ogni voto, ogni individuo non è un uomo da dirigere, sfruttare ed usare, ma un uomo da servire ed aiutare. Umilmente, sinceramente, cercando di stracciare anche l’erbaccia del vicino. Non farti prendere dall’ebbrezza del potere, piccolo (a livello comunale) o grande (a livello parlamentare) che sia.

Io nel privato in cui sono cresciuto ed ho mangiato, ho sempre cercato di seguire questa mia convinzione, e poco o tanto, l’ho messa in pratica. Se così fosse nel sistema politico, allora le mani pulite inizierebbero a ritrovare la voglia di uscire dalle tasche, lavorare e rendersi utili.

La Verità illumina la Giustizia

Don Ciotti

L’arte politica deve ritornare ad essere un onore non un onere o peggio ancora una terra di conquista e sfruttamento, lottizzata da furbi italiani. Il potere politico deve essere di nuovo lo strumento per migliorare il nostro comune vivere, ripulendo, organizzando, e dando esempio di efficienza e di onestà.

Per far rinascere l’entusiasmo in tutti noi cittadini, deve prima scomparire questo senso di nausea per la corruzione, la collusione, lo spreco di denaro pubblico e lo sfacciato ostentamento dello stesso. A tutti i livelli  e colori dell’arco costituzionale.

Non voglio perdermi, anche se lo penso, nella disperazione del credere che qualsiasi individuo, onesto, umile, povero e di sani principi, abbia sempre la debolezza di stravolgere la propria indole dopo aver raggiunto una qualsivoglia posizione di potere.

Il potere significa soldi, o perlomeno la gestione di questi. Il vile danaro, purtroppo, inesorabilmente cambia l’individuo umano.   In peggio.

Non Don Milani ma  Gesù Cristo diede un giudizio, anche su questo tema: un Grande e Divino avvertimento sulla condizione economica dell’uomo, o meglio (leggendo tra le righe), di quello che essa può produrre se mal gestita. Il cammello citato in quell’insegnamento che sarebbe passato più facilmente del ricco per la cruna dell’ago, non è  l’animale dallo sgradevole bramito ma una grossa gomena marinara, il ché rende più comprensibile la parabola.

Politica, vai oltre il limite del “tutti contro tutti” e del “fottio continuo”: rinfocolerai il desiderio popolare di amare la cosa pubblica!

La Libertà che guida il popolo, Delacroix

Cittadino, apri il tuo cuore pubblico e rendilo meno avido ed egoista: troverai in me un fratello!

Politico, lavati e cambiati i vestiti: io ti aiuterò a fare il nodo alla cravatta!

ANTONIO PELLACARPI

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