QUESTIONE CATALANA

Il recente arresto dei leader indipendentisti catalani è l’ennesimo escamotage utilizzato per alimentare falsità giuridiche e fomentare un pregiudizio politico da una parte consistente di opinione pubblica.

La tesi dominante dei secessionisti catalani e di tutti coloro che li sostengono a livello internazionale è il lamento di come vi sia una violazione da parte della Spagna del tanto osannato e abusato diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Se i sedicenti “giuristi” che sostengono le tesi secessioniste leggessero oltre ai trafiletti di giornali schierati politicamente anche i Trattati e le Convenzioni internazionali avrebbero da ricredersi su molti dogmi da loro scolpiti nella pietra.

Il concetto di autodeterminazione venne introdotto nell’ordinamento internazionale nel 1945 a seguito della questione post-coloniale sorta dal dopo guerra in avanti. Si presuppose di tutelare quei popoli oppressi e prigionieri dal punto di vista giuridico e fattuale nei confronti di potenze occidentali.

L’inserimento del principio di autodeterminazione dei popoli è figlio di un compromesso che c’è stato durante la costruzione della Carta delle Nazioni Unite nel 1945, la quale presuppone l’inserimento di un monito nei confronti degli Stati membri tale per cui quest’ultimi si debbano impegnare a favorire lo sviluppo sociale e politico dei territori posti sotto la propria giurisdizione e quindi di prendere in considerazione la manifestata volontà dei popoli in questione.

In riferimento la risoluzione ONU 1541/1960 attraverso i principi in essa contenuti, ribadisce il concetto per cui il diritto di autodeterminazione incontra limiti espressi. In particolare, viene sottolineato che il diritto di autodeterminazione può essere esercitato esclusivamente dalle “popolazioni non solo distinte da un punto di vista etnico o culturale, ma anche geograficamente separate dal Paese, sotto la cui giurisdizione sono poste”.

Carles Puigdemont

Salvo tediare il lettore ulteriormente con disquisizione giuridiche è bene riflettere su altri concetti estremizzati a proprio piacimento a seconda del credo politico personale.

Tralasciando tutto il pregresso storico inerente al rapporto tra Spagna e Catalogna, lo spartiacque in chiave contemporanea, per quanto riguarda il processo reale di tentativo di indipendenza, si riconduce alla manifestazione pubblica tenutasi l’11 settembre 2012 a Barcellona e al referendum promosso ‎il 1º ottobre 2017 dall’allora Presidente catalano Carles Puigdemont. Fatti che rimarranno nella storia della Regione spagnola.

Oltre che storici possono considerarsi altrettanto legittimi?

In primis la risposta è data dal Tribunale supremo di Spagna il quale ha rigettato ogni tentativo di referendum richiesto dalla Generalitat rimandando a quanto prescritto dalla Costituzione (AH! Maledetta costituzione, limite di tante decisioni dispotiche).

In secondo luogo, è bene riflettere sui numeri: la Catalogna fa parte dello Stato spagnolo e quindi inserita nel contesto di uno Stato nazionale. È legittimo che siano solo i cittadini catalani a poter votare ad un referendum secessionista nei confronti della Spagna?

Ed è giusto dichiarare legittimo un referendum al quale ha partecipato solo il 42% degli aventi diritto al voto su una platea di 5 milioni di catalani?

Oltretutto, la Catalogna è la regione di Spagna che più contribuisce all’incremento del PIL nazionale: è la regione più ricca. È totalmente fuorviante pensare che la fortuna e la ricchezza della regione catalana derivi anche dall’inserimento nel più ampio contesto spagnolo?

È bene inoltre ricordare come alla votazione non furono posti osservatori dell’opposizione, liste elettorali verificabili e una Commissione di riconto minimamente indipendente. Nella maggioranza dei casi non erano presenti neppure cabine per votare in segreto. Pratiche che vanno contro quanto previsto dalla Convenzione di Venezia del 2006.

Il 10 ottobre 2017 fu inoltre firmato un Manifesto da parte di un numero consistente di costituzionalisti che prese posizione contro quanto urlato alle folle dall’allora presidente Puigdemont.

Non solo la classe politica dei secessionisti catalani ha violato palesemente ogni legge, parere e disposizione dettata dalla Costituzione spagnola, dall’ Unione Europea e dall’ONU ma non ha nemmeno avuto il coraggio politico di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Si può desumere ciò perché in nessun discorso pubblico i dirigenti hanno rivendicato la propria volontà politica nel tentativo di secessione bensì si sono sempre rifugiati dietro un insieme di leggi e norme che a detta loro li avrebbe giustificati e tutelati.

Secessione leghista

Detta in parole più semplici: la classe catalana voleva fare la rivoluzione senza nemmeno avere il coraggio di chiamarla tale. Anzi, ogniqualvolta che un giornalista o un oppositore politico provava ad entrare nell’argomento, la risposta era sempre e solo una: “le leggi internazionali ci tutelano”. Leggi che evidentemente hanno interpretato in modo autonomo in un contesto da loro decantato assolutamente diverso da quello reale.

Un ulteriore punto su cui riflettere è il continuo abuso dell’aggettivo “fascista” per descrivere una qualsiasi politica che vada contro al credo personale e al soggettivo significato che si vuole attribuire alla parola “democrazia”. È bene quindi ricordare che il concetto di stato democratico non può prescindere dalla singola percezione di ogni cittadino ma deve rappresentare una serie di tutele e di diritti che salvaguardino l’ordinamento da possibili fratture.

Gridare allo scandalo e allo “Stato fascista Spagnolo” non è solo un’oscenità giuridica ma è anche un diretto sputo in faccia allo Stato di Diritto, Stato nel quale i diritti vengono tutelati da una Costituzione frutto di un pregresso dialogo tra le parti sociali.

EDOARDO CAPPELLARI

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