METAMORFOSI DI UN IMPRENDITORE

Il 1° maggio ha fatto nascere in me l’esigenza di parlare di chi non vive questo giorno come una festa, ma come un’angoscia e con una sottile ma presente tristezza nel cuore. Parlo di tutti coloro che lavoratori non sono perché un lavoro non ce l’hanno, o se comunque presente, non si può definire tale. L’uomo senza un lavoro è un essere a cui viene a mancare la dignità. Questo è un sentimento molto profondo che spesso ha conseguenze drammatiche, ma chi non è mai stato sottoposto a questa condizione non può assolutamente capirne lo stato d’animo. Quindi, anche leggendo questo pezzo, non acquisirà nulla di positivo in merito. Perdonatemi la sfiducia e la franchezza: parlo di situazioni che ho vissuto sopra la mia pelle, nell’intimo di mie esperienze personali e famigliari.

A proposito di lavoro, sono presenti nel mondo sfruttamenti e squilibri sociali che fanno della condizione lavorativa un abominio. In paesi asiatici, sudamericani e africani, o comunque definiti di terzo e quarto mondo, succedono fatti incredibili ma veri: datori di lavoro che picchiano a sangue i propri dipendenti per un compito mal eseguito, paghe giornaliere inferiori a 1 dollaro, sfruttamento di bambini e bambine mandati a lavorare in condizioni disumane (discariche, miniere, campi, etc.). In Asia, fatto di cronaca reale, un datore di lavoro  è arrivato persino ad uccidere di botte un dipendente perché non aveva eseguito fedelmente gli ordini, comunque inumani e insensati, difficili anche da vedersi applicati alle bestie, non all’uomo. Leggendo o vedendo queste cose alla TV o sul WEB si è subito portati a pensare, anche involontariamente, che questi fatti succedano solo in paesi lontani e sottosviluppati.

Si, è vero…. e qui? Nella nostra amata Europa che con gli Stati Uniti d’America è definita la parte occidentale ed evoluta del pianeta, che succede? Come stanno le cose qui in Italia, senza sconfinare altrove? Proviamo a pensarci un attimo:

Qui in Italia quanti operai, uomini e donne, ancora oggi, vengono pagati in nero senza le garanzie e coperture assicurative e contributive?

Qui in Italia quanti vanno a lavorare per 3-4 euro (a volte meno) l’ora per 8-10-12 ore al giorno?

Qui in Italia, ahimè, esistono contesti nei quali le condizioni da terzo-quarto mondo sono all’ordine del giorno…. qui, nel nostro bel Paese! <<Ma va là?!?, non esageriamo direte voi>>, e invece si, purtroppo, condizioni che viviamo regolarmente tutti i giorni, divenute consuete e navigate con una superficialità incredibile, tali da considerarle normali e ritenerle oramai ordinarie.  Chi, italiano, premette nei propri discorsi di non essere razzista, per poi posporre un “ma” o un “però” nell’evidenziare in modo e tono negativo e sprezzante differenze di mentalità, educazione, usi  e costumi, non si rende conto che sono proprio gli stranieri, integrati o meno, che svolgono i lavori più umili rimasti nel nostro paese… malpagati e comunque ritenuti sempre di razza inferiore. Lo schiavismo nato nei secoli in cui dall’Africa salpavano navi cariche di esseri umani per il Nuovo Continente, oggi esiste ancora, camuffato da ben altro. Per pochi euro questi stranieri “a noi inferiori”, badano i nostri anziani, raccolgono frutta e verdura che arriva sulle nostre tavole, ci danno la possibilità di riempire i serbatoi dei nostri automezzi, svolgono i lavori meno qualificati nelle cucine di tutti i ristoranti, e, sempre per pochi euro, fanno molteplici lavori sporchi nell’ombra. Abbiamo la pappa pronta in tanti settori, senza pensare per un solo istante chi la riscalda per noi. 

Guardiamoci intorno con occhi più sensibili, con mani più pulite e con cuori meno freddi o superficiali: guardiamo nelle campagne, soprattutto meridionali ma anche lombarde, o venete, piemontesi  o emiliane… sui mezzi di trasporto di ogni tipo, in primis i furgoni o camion per la consegna di tutti  i beni che ci vengono recapitati, 99% delle volte voluttuari ed inutili, che ordiniamo via internet, oppure in tante fabbriche in cui la legalità è vissuta solo parzialmente (parlo anche del ricco ed evoluto nord Italia), vedi i settori, per esempio, della metallurgia artigianale, dell’edilizia, delle concerie, della logistica, dell’agricoltura. Non parliamo poi della ristorazione (lavoro nero diffuso al 90% in tutti i locali, bar, trattorie, pizzerie o ristoranti gourmet che siano). Parlo inoltre, delle badanti a servizio delle nostre altolocate famiglie e dei fattorini rider di città che ci portano a casa spesa (incluso scampi, gamberoni e filetti pregiati) o pasti caldi, siano anche solo di MacDonald’s o della grande ristorazione organizzata.

Lo sfruttamento, termine che dà fastidio e stride se viene riferito a qualche azienda appartenente a settori d’elite, è diffuso anche nel settore terziario finanziario. Basti vedere quanti fior fiore di tecnici laureati, dottorati o con master alle spalle, vengono assolutamente sottopagati rispetto al lavoro che svolgono e ai benefici reali, qualitativi e intellettuali, che apportano nelle varie aziende o gruppi finanziari per cui si impegnano e offrono la propria professionalità!… spesso al costo di semplici operai, magari specializzati, per far sentire meno in colpa chi li paga.

Se non siamo al corrente di queste situazioni è perché non le vogliamo vedere o le vogliamo tacere.

Siamo ipocriti e perbenisti, a volte, o solo ciechi, tiepidi e qualunquisti nella maggioranza dei casi. Siamo insensibili ogniqualvolta la pancia è soddisfatta: i problemi rimangono sempre e solo degli altri.  Si, chi denuncia queste condizioni e strilla perché vuole giustizia, è tacciato di essere proletario, anti democratico, o comunista, anche solo inteso come una scura e pericolosa etichetta politica e sociale, come se la democrazia occidentale fosse tale perché basata sul capitale e non sull’evoluzione dei diritti dell’uomo e sull’eguaglianza sociale! Attenzione, la predica non viene da un fanatico attivista di centri sociali o da proletario abietto, nato povero e senza consapevolezza di una vita alternativa o diversa. No. Dopo tanti anni da imprenditore, mi sono accorto che il fine da perseguire in una azienda, l’obiettivo che l’impresa deve rincorrere non è unicamente l’utile di bilancio, la ricchezza o il benessere fine a se stesso, ma la capacità e possibilità di rendere tutti dignitosamente gratificati in una condizione umana estesa a tutte le categorie, senza esagerate e scandalose differenze e disuguaglianze economiche, inaccettabili per qualsiasi essere umano che si ritenga tale.

È accettabile che, limitandoci al nostro Paese, il 5% degli italiani più ricchi sia titolare da solo della stessa quota di patrimonio posseduta dal 90% degli italiani più poveri? Mentre a livello globale 26 ultra miliardari possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più indigente della popolazione mondiale (https://www.weforum.org/).  

Ho recentemente sentito una parlamentare della Repubblica Italiana, che nel parlare di temi legati alla “giustizia  sociale” scandalizzata e alterata da un odio percepibile contro l’interlocutore del momento, un poveraccio senza lavoro e  nulla tenente, ha gridato, con occhi fuori dalla testa  che “la proprietà privata è sacra!”, ponendo un’enfasi notevole su questo concetto. Non volevo credere a quanto sentito, ritenendolo scandaloso, abominevole e veramente arido, fuorviante da quello che è il senso della vita.

Signori, siamo proprio alla deriva:  la vita è sacra!!…… NON la proprietà!

… pubblica o privata che sia , anche se la Onorevole di turno comunque intendeva la sua e quella di tutti i benestanti che vedono i poveri socialisti, comunisti, proletari, nullatenenti, comunque deboli e ignoranti, come fumo o sabbia negli occhi, sostenendo che se sono in quella condizione è perché fondamentalmente non hanno mai avuto voglia di lavorare, impegnarsi e costruire qualcosa per il Paese.

Non parlo per dar fiato alla gola e farmi paladino dei temi sociali ritenuti da tanti “appannaggio dei ceti inferiori”. No, credetemi: ho provato, patito e sofferto quanto sto scrivendo, facendo parte di ben altra categoria sociale

Dopo tanti anni, avendo vissuto sulla mia pelle molteplici accadimenti personali di natura economica e giuridica, oggi non ne faccio più una questione politica. Passo oltre. L’amico Jack storcerebbe il naso, valutando da un punto di vista politico quanto fin qui asserito, dal momento che vede di buon occhio il rosso o il rosa solo nel colore del vino e del sangue.

La vita reale va valutata e vissuta attraverso altri criteri, che, proprio nella nostra fervida e “ricca” Italia, possiamo chiamare senza paura e con orgoglio valori cristiani, che Gesù Cristo ci insegnò più di 2000 anni fa aprendoci occhi e cuore al senso vero della vita. E quegli imprenditori che si riempiono la bocca di azioni messe in atto per il bene sociale, di dovere verso lo Stato, di fare impresa per i lavoratori, e simili iniziative puramente verbali, dovrebbero pensarci bene prima di affermare che “tutti dobbiamo tirare la cinghia per il bene dell’azienda”. I dipendenti devono agire sempre per il bene della società per cui lavorano perché l’azienda è quella che li fa mangiare, che consente loro di tirare avanti.  Solo però nelle zucche dei subalterni (e solo a loro, naturalmente) ronza il pensiero che il livello di vita di chi parla dall’alto è economicamente superiore a quello della busta paga media dei dipendenti di 5 o addirittura 10 volte. Si, avete capito bene, queste sono le proporzioni medie di valori tra un compenso amministratore e una busta paga di un impiegato o di un operaio, valori statistici della piccola e media industria. Per la grande industria, i valori incrementali e differenziali schizzano alle stelle!

La giustizia sociale vorrebbe che anche in termini meritocratici, la differenza di stipendio tra un dipendente medio e l’imprenditore non superasse le 4-5 volte, ovvero a fronte di stipendi lordi di 20.000 e 30.000 euro, corrispondessero emolumenti di amministratori, di 100.000 o 150.000 euro, quando le differenze qualitative e prestazionali reali lo giustificano, naturalmente. Ma così non è: sono proprio quegli imprenditori, compreso il sottoscritto in passato (mea culpa), e la stragrande maggioranza di colleghi appartenenti ad Associazioni di Categoria (Confindustria, API, etc.)  che per tanti anni hanno sempre sostenuto di non portare a casa “nulla” perché tutti gli utili venivano reinvestiti in azienda, “per il bene dei dipendenti”, forma elegante, ipocrita e perbenista  usata solamente per prendere maggiormente in giro i dipendenti stessi. Reinvestimenti non indirizzati al benessere dei dipendenti ma spesso e volentieri consistenti in beni di lusso, superflui o comunque non necessari alla gestione aziendale. Alcuni esempi virtuosi, se Dio vuole, ci sono stati e forse ci saranno ancor oggi (John Mac Arthur, Olivetti, e pochi altri), ma purtroppo appartengono allo 0,001% degli industriali.

Adriano Olivetti

Cosa vuol dire reinvestire per il bene dell’azienda? Perché gli utili, per una vera giustizia sociale, non vengono distribuiti in premi produzione ai dipendenti stessi? 100 euro in più in una busta paga di 1200-1400, fanno la differenza. Non ho mai trovato nessuno, parlando con tanti colleghi imprenditori nei convegni o nei ritrovi di categoria, che avesse il coraggio di comportarsi effettivamente a favore dei più deboli in azienda, facendo cose concrete e dirette, mettendo mano a contratti aziendali che superassero, integrassero e migliorassero economicamente quelli nazionali di settore. Ehh, il costo del lavoro non ce lo permette! ….Vero, ma motivazione non sufficiente per non mettere mano e intervenire positivamente sulla voce del costo del personale anziché su altre voci di bilancio. Con le chiacchiere, ho sentito tantissimi auto elogiarsi vicendevolmente citando onlus a cui hanno devoluto briciole (rispetto ai bilanci aziendali) per tacitare coscienza e aumentare l’immagine sociale del singolo o del gruppo di appartenenza. Ipocrisia  e cinismo, sapendo che nessun altro sarebbe potuto entrare nei meandri reali e concreti dei bilanci nei quali, anche solo manipolando valori di cespiti e beni, si poteva dimostrare quello che non era: evasione ed egoistico riscontro camuffato da virtù. 

Nell’ambito dell’imprenditoria industriale erano tutti, sempre, come piccioni ingordi, che, anche senza fame, continuavano a riempirsi il gozzo, perché soddisfaceva i propri istinti e perché “non si sa mai”. Purtroppo o per fortuna quella che sto facendo è una pubblica denuncia sociale di categoria. Tanti mi dicevano, per giustificare l’enorme arricchimento personale ma non avendo mai il coraggio di esporlo pubblicamente, che chi produce ricchezza e lavoro è giusto che guadagni. Certo, ma oltre certi limiti, diventa voracità egoistica e arricchimento immorale. Non ho mai, dico mai, sentito un imprenditore che gli utili aziendali li avesse impiegati per aiutare i dipendenti più deboli, riversando nelle loro tasche risorse economiche che tanto bene avrebbero fatto ai bilanci delle  famiglie più povere. Mi sentivo dire: non siamo mica delle cooperative!…disprezzando spesso quel mondo nel quale, purtroppo erano presenti sperperi e malgoverni, trovando così la giustificazione alla gestione del privato ad uso e diritto del proprietario, oltre ogni lecito. Al di là dell’entità (più sono i dipendenti e più gli utili sarebbero distribuiti in modo molto ridotto, ovviamente, e quindi ritenuti, quale giustificazione, non efficaci), il gesto darebbe comunque dimostrazione di vera volontà di ringraziamento  con una gratifica reale, in denaro (ciò che serve per far fronte alle spese basilari del 90% di italiani), e non sarebbero sempre e solo parole per infinocchiare i dipendenti: <<Siete voi l’azienda! Siete voi il motore che ci fa andare avanti! Siete voi la vera anima del Gruppo>>. Questa è pura retorica e falsa umanità, semplici zuccherini verbali per coprire e nascondere al lavoratore la semplice verità di gestione, cercando di confondere le idee dei dipendenti che, ovviamente, non sanno cosa significa (e non hanno gli strumenti per farlo) la gestione finanziaria di un bilancio, con la limpida e concreta visione che solo dalla posizione di vertice dei titolari si può avere.

Questa visione della gestione è sempre tenuta all’oscuro, mai trasparente. Se così fosse, invece, per una vera giustizia sociale, anche e soprattutto d’impresa nella quale partecipano tutti e tutti sono indispensabili, parte degli utili di gestione dovrebbero finire direttamente negli stipendi degli impiegati e degli operai, ognuno con la giusta proporzione meritocratica e di ruolo, e non solo negli emolumenti degli amministratori o nei loro finti emolumenti, beni aziendali ad uso privato: proprietà immobiliari, mezzi, automezzi, benefit di qualsiasi tipo, rimborsi spese, spese varie di gestione, coperture assicurative, e altre voci simili inserite in bilancio. Per non dire di tutto quanto viene evaso a solo favore di aumento di capitali e beni di amministratori e titolari aziendali, con spostamento di valori di fatturato fra aziende collegate (quando presenti Gruppi  d’Imprese e società infragruppo). Condizione assolutamente estranea a quella dei dipendenti per i quali non è evaso un solo euro, quando i rapporti sono regolarizzati, cioè quando non c’è nero, naturalmente nelle paghe di fine mese…e quando comunque ci fosse del nero, nella stragrande maggioranza di casi, il risparmio fiscale ottenuto evadendo non entra assolutamente nelle tasche del dipendente ma sempre e solo nell’incremento di capitali privati a disposizione dei “padroni del vapore”. Faccio una digressione che non è poi tanto lontana dalla tematica fin qui trattata: vi sembra giusto che artisti, sportivi o rappresentanti della finanza abbiano emolumenti milionari, al di sopra di ogni valore massimo immaginabile necessario per la sopravvivenza? Un artista o uno sportivo è giusto che venga ricompensato per il proprio talento, ma se l’espressione del talento e dell’intraprendenza è motivata prevalentemente da fini economici, allora diventa una cosa egoistica, ingorda e sterile per lo stato sociale. Il di più del di più di quello che è il necessario per vivere bene (anche nell’abbondanza per qualcuno che si trova un ventre grosso da riempire) non dovrebbe essere investito nella società civile, per il bene comune della collettività? …in uno stato liberale avanzato, non in un regime totalitario.

…. per cercare di togliere dalla povertà milioni di famiglie? Io artista o imprenditore capace, intelligente e intraprendente, non potrei bermi un calice di champagne mettendo comunque in grado tutti i miei dipendenti di farsi almeno un bicchiere di lambrusco? Sembra un’assurdità, ma in Italia, per rimanere nel nostro piccolo, il 20% circa della popolazione il vino (prendetela come una metafora) non se lo può proprio permettere. Invece che parole gonfie di retorica presenti nella Mission di tantissimi profili aziendali, non dovrebbero essere concretizzati i dividendi economici, quando presenti in abbondanza, per diminuire il divario fra ceti, razze e popoli? So che ora, la reazione comune è quella di dire “ecco il solito idealista, che non sa come gira il mondo”.

Ricordiamoci che l’altro ieri era il 1° maggio. Oltre ad essere una ricorrenza laica e anticlericale è anche la festa di San Giuseppe Lavoratore, il quale per vivere faceva il falegname per guadagnare la farina e l’olio per impastare il pane, o l’uva da pigiare per produrre un po’ di vino: per vivere in semplicità e dignità.

Ricordiamoci tutti, di destra o di sinistra, titolari amministratori o dipendenti, artisti o semplici manovali, bianchi o neri, con la pancia vuota o piena, istruiti o ignoranti…..alla nostra dipartita da questa vita terrena, nulla di materiale porteremo con noi nel nostro viaggio: solo l’amore e le opere di bene che avremo fatto non per noi stessi…..ma per il prossimo, anche riconoscendo qualche euro in più in busta paga di quei lavoratori che hanno contribuito alla realizzazione di un utile aziendale.

ANTONIO PELLACARPI

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