MOGOL, IO TI VOGLIO BENE

Vent’anni fa (quasi la mia età) il grande Lucio Battisti, il genio, il fondatore della musica italiana contemporanea ci ha lasciati: uno shock per quasi mezza Italia.
Battisti è stato unico e sarà per sempre unico: ancora oggi quello che cantava è poesia, è verità, è qualcosa di attuale. Del resto quando si parla di sentimenti, il tempo e l’epoca non esistono: l’amore è sempre stato tale, l’unica differenza che cambia nel divenire è il modo di esprimere il sentimento amoroso.
Battisti

Lucio Battisti

Battisti ha segnato un’epoca musicale e sociale: è il cantante italiano. Questo è dimostrato perché volente o nolente tutti abbiamo cantato la Canzone del Sole almeno una volta, o Un’avventura, Il mio canto libero, e potrei andare avanti all’infinito.
Che sia chiaro: di artisti così non ne nascono più. 
Nel giorno dell’anniversario della morte di Lucio Battisti, voglio però fare il rivoluzionario e porre in luce l’altra sua metà di artista: Giulio Rapetti Mogol.
I due non si possono scindere, non è una gara, non è un discorso del tipo “ma Mogol senza Battisti non sarebbe stato niente, ma Battisti senza Mogol idem”. Questo distico è stato un unicum nella storia: è come se fosse stato un nucleo amoroso. Quando si è innamorati, come dice Edgar Morin, si è innamorati del tutto, che non è l’insieme banale di tante parti dell’altro: il pregio di essere buono, gli occhi profondi, il buon odore. No, l’amore è il nucleo, è la persona così com’è, scissa da parti indistinte: ovvero lo spirito e il corpo allo stesso tempo che dialogano con l’altro. Allo stesso modo non si può definire uomo, un organismo che ha due braccia, un cuore, due polmoni, ecc… ci dimenticheremmo dell’anima.
Tutta questa digressione per sottolineare che non si può pensare Battisti senza Mogol e viceversa: non si può pensare che tante piccole parti facciano un nucleo, c’è qualcosa di più.
Volevo rendere quindi omaggio al paroliere di Lucio e farlo nel modo più spassionato: con una lettera aperta.

MOGOL, IO TI VOGLIO BENE.

 

mogol

Giulio Rapetti Mogol

Sentivo da tempo di dedicare un pensiero ad un maestro di vita come te.
I complimenti sono futili davanti a tanta genialità e sensibilità: tu per me sei quella piccola lanterna di luce, che nonostante la nebbia e l’oscurità, si continua a vedere. A volte il nero della notte è tale per cui ogni cosa è nell’ombra, nulla si vede, ma nonostante ciò imperterrito cammino e mi faccio strada grazie a quella fiammella che mi conforta e mi infonde speranza. Sei una di quelle persone che ha reso migliore la vita di altre: cosa mai banale. Ma il genio è proprio qui: non conosci tutta la fiumana di gente che ti ammira ma la percepisci, la tocchi, la provochi… riesci ad entrare in ogni stanza, in ogni abitazione, in ogni angolo di intimità di ognuno di noi. Hai la capacità di far nascere nuovi amori, di consolare quelli che invece li hanno persi. È inutile dire che questo è il frutto di un dono da te ricevuto e poi donato a tua volta, ma io lo dico: senza te la mia vita sarebbe stata diversa.
Grazie di tutto, grazie di avermi fatto conoscere un altro mostro sacro della nostra musica, Battisti. È un dato di fatto che un’intesa dualistica come la vostra, non è solo invidiabile, ma è anche irripetibile: irripetibile per la bravura di Lucio nel sapere interpretare e diffondere il tuo verbo come mai nessun altro al mondo, irripetibile perché l’intesa fraterna che avevate è difficile riscontrarla anche in consanguinei, irripetibile per la pacatezza e la signorilità che vi ha sempre contraddistinto da tutto e da tutti.
L’emozione non ha voce, lo sai… è difficile riuscire a mettere nero su bianco quello che mi provoca sentire ogni volta una tua canzone, ascoltata come se fosse sempre la prima volta. È come se sapessi tutto, se mi conoscessi da una vita e come un padre mi insegnassi a vivere. Non sai quante lacrime ho versato grazie a te. Sì, è sempre comunque una forma di gratitudine che ti esprimo ogni volta. Tu e Lucio, non morirete mai, sarete eterni, sarete sempre lì, tra la gente, ogni volta che anche una sola persona ascolterà un vostro brano, dedicherà una vostra canzone a qualcuno, la canterà sotto la doccia, voi sarete vivi.

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Album “Emozioni”, 1970.

Tu chiamale se vuoi emozioni: Mogol, io ti voglio bene.

 

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