IL CORAGGIO DI WINSTON CHURCHILL

Tessere le lodi di un politico è un’impresa ardua e rischiosa.

Partendo dal presupposto che il compromesso sia alla base della democrazia occidentale, ecco, elogiare un politico può essere cimentoso: non si ha mai la certezza di quale significato possa assumere la parola “compromesso” agli occhi di una persona che brama potere. Il potere politico, infatti, è la capacità di influenzare un comportamento altrui attraverso compromessi: per questo il politico per antonomasia è dipendente da consensi.

Ribadisco: encomiare o lodare un politico è rischioso.

Difficilmente mi espongo (e su questo mi sento cambiato) a seconda del trasporto che mi suscita colui o colei del quale scrivo.

Oggi però, vorrei parlare brevemente di Winston Churchill.

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Giuseppe Battiston

Il 10 gennaio al teatro Alighieri di Ravenna è andata in scena la prima nazionale di “WINSTON VS CHURCHILL”: spettacolo interpretato da Giuseppe Battiston e scritto da Carlo Gabardini (per intenderci: Olmo di Camera Cafè… e chi l’avrebbe mai detto). Bravi! Spettacolo a dir poco emozionante.

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Carlo Gabardini

Churchill in questo caso viene mostrato per com’era, per l’uomo che è sempre stato: un alcolizzato, arrogante e petulante ma molto pragmatico.

Churchill, un uomo pieno di risentimento come di cultura: un Primo Ministro Premio Nobel (ricevuto nel 1953). L’unico uomo perennemente in preda dei fumi dell’alcool che ha saputo dire: NO! Questa è la cosa che più mi ha lasciato di stucco fin dai primi momenti in cui ho iniziato ad interessarmi alla sua figura: un uomo che ha saputo dire di NO! Un uomo che ha saputo prendersi la responsabilità per cui era stato investito: dentro una stanza ha deciso le sorti della Nazione. Quanti di noi l’avrebbe fatto?

Non sto parlando di un membro di un partito politico, di una persona a favore di un’ideologia piuttosto che un’altra….. al diavolo queste stupide faziosità.

Io sto parlando di un uomo, con pregi e sicuramente tanti difetti, che ha fatto la storia e al quale tutti siamo debitori.

Il 13 maggio 1940, Winston Churchill alla Camera dei Comuni del Parlamento del Regno Unito ha cambiato le sorti dell’Europa:

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Winston Churchill mostra il tipico segno di vittoria

 “Dico al Parlamento come ho detto ai ministri di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo di fronte a noi la più terribile delle ordalie. Abbiamo davanti a noi molti, molti mesi di lotta e sofferenza.Voi chiedete: -qual è il nostro obiettivo? – Posso rispondere con una parola. È la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché senza vittoria non c’è sopravvivenza”.

Ricapitoliamo in che contesto storico si trova l’Europa nel maggio del 1940: sul fronte orientale vigeva il patto Molotov-Ribbentrop (patto di non aggressione firmato dall’URSS e la Germania nazista); sul fronte occidentale tutta la Polonia era stata conquistata dal governo nazista e la Francia si trovava sotto assedio, con il “benestare” degli Stati Uniti che applicavano la loro politica “isolazionista”.

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Conquiste naziste nel 1940

Il mondo si apprestava ad essere nelle mani di Adolf Hitler.

C’era però un’Isola che un po’ per vantaggio geografico e un po’ per tipica superbia inglese, si rifiutava di cedere alle pressioni tedesche.

Seppur impossibile, proviamo a metterci nei panni di Winston Churchill per un momento: gli viene conferito il mandato di primo ministro nel mentre di una delle guerre più devastanti che l’umanità abbia mai combattuto. L’Europa non esisteva più !…. o meglio, il 10 maggio le truppe tedesche incominciarono l’invasione in territorio belga. La Francia era spaventata, l’Europa era immobile, tutto ormai sembrava nelle mani dei nazisti e lui… disse di NO!

Tra il 26 maggio ed il 4 giugno del 1940 si svolse la battaglia di Dunkerque, il cui esito portò alla piena conquista della Francia da parte dei nazisti il 25 giugno dello stesso anno. La successiva battaglia d’Inghilterra svoltasi tra l’estate e l’autunno del 1940 tra inglesi e tedeschi però, vide vittoriosa la Gran Bretagna: era la prima volta che Hitler perdeva. Fu il preludio di una fine che noi tutti già conosciamo.

Scherzosamente, quando mi capita di parlarne lo ripeto più volte: solo un alcolizzato avrebbe preso una decisione di tale coraggio, sfrontatezza e incoscienza. Alcolizzato e Conservatore. Di una cultura e passione sfrenata. Per essere più chiari: nessuno, e sottolineo nessuno, aveva previsto una vittoria degli alleati. È facile reputarsi antifascisti o nazisti nel 2019, quando la partita è stata già giocata, ma chi poteva biasimare un possibile armistizio firmato proprio dal Premier Britannico? Lui invece imperterrito preferì scegliere la Patria, la Nazione, l’Inghilterra.

Gli uomini politici, più che i movimenti, mi hanno sempre intrigato per il semplice fatto che hanno tutti dovuto fare i conti con la propria natura umana: è la storia e il tempo che li mistifica. Il punto è che tutti, al di là della magnificenza o meno, hanno in comune il provare sentimenti, paure, emozioni, etc. Non voglio giudicare la morale: ovvio che i sentimenti di Hitler (più simili ai biechi istinti bestiali che non a quelli umani) non siano paragonabili a quelli di un “buon samaritano”. È imprescindibile tenere a mente però che anche lui li aveva. Quello che fa riflettere è infatti come il Führer, che fino al 1941 dominò il mondo, fosse ipocondriaco, dipendente da glucosio e Pervitin (anfetamina): la bestia domata da una paura umana. Essere umani significa essere deboli. Già in epoca romana il problema di mostrare un Imperatore dal volto umano si pose più volte: è noto come i ricercatori abbiano sempre fatto fatica a capire la vera fisionomia degli imperatori a causa delle statue pubbliche “divinizzanti”.

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Winston Churchill

Gli uomini della storia sono fatti però di carne ed ossa e ciò mi ha sempre affascinato: nel bene e nel male. Hitler l’antitesi di Churchill in questo caso.

Lunga vita al vecchio bastardo signor Churchill che ha saputo da Uomo, trovare la forza per combattere.

Edoardo Cappellari

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