DIARIO DI UNA QUARANTENA

Sono qua sdraiato sul divano da ore… da giorni a dir la verità. Mi accendo l’ennesima sigaretta dettata dalla noia e non da un tabagismo smodato. Penso. Ascolto tanta musica, soprattutto Vasco. Penso ancora: la musica mi aiuta molto. Eppure, allo stesso tempo un gran senso di malinconia mi assale: la lontananza da casa, dagli amici dagli affetti. Sorrido amaramente pensando che tutto questo male di vivere improvvisamente venuto a galla è dettato solo da una quarantena forzata ormai in vigore anche qui a Valencia. Ed è in momenti simili che ripenso più intensamente alla mia vita, alla vita delle persone a cui voglio bene, insomma: penso alle cose, alle mie cose.

Questa quarantena mi sta facendo molto riflettere. In primis è sconvolgente come dal giorno alla notte il nostro modo di vivere sia cambiato: dalla frenesia quotidiana dove non si ha mai tempo per niente e per nessuno ad uno stato catatonico quasi perenne. La mia mente vagheggia e spazia volteggiando tra mille argomenti e pensieri differenti che stentatamente riesco a collegare tra loro. Alle volte scordo persino che quanto sta accadendo sia reale: mi sembra quasi che questo scenario apocalittico simile a numerosi film hollywoodiani che tutti noi abbiamo visto, sia frutto di un brutto sogno. La mattina quando mi sveglio rintronato dalla notte precedente ho sempre un attimo di tentennamento nel ricordarmi che non è un incubo bensì la realtà dei fatti. Costretti in casa da una pandemia. Ed è in questo momento che steso sul divano cerco di imprimere un pensiero sullo schermo di questo computer. Fantastico di essere uno scrittore degli anni ‘60/70 che battendo freneticamente le dita sui tasti della propria macchina da scrivere cerca di creare una storia da vendere.

Io sono leggenda, 2007.

In tutto questo turbine di pensieri trovo finalmente il mio incipit: l’obbligo di stare in casa ci insegnerà qualcosa nel prossimo futuro? Tutta Italia è agli arresti domiciliari, di fatto siamo tutti costretti salvo autorizzazione (autocertificazione) nello stare in casa. In tanti capiscono quindi quanto sia importante la libertà, quella negata appunto a chi ha sbagliato, a chi è stato giudicato colpevole. Il primo punto su cui mi fermerei a riflettere è proprio questo: stiamo incominciando a capire che significa essere costretti a vivere dentro quattro mura?  Capiamo finalmente quanto sia importante tutelare una delle libertà civili principali menzionate dalla nostra carta costituzionale?

Art. 16.

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza […]

I nostalgici del regime capiscono quindi che significa vivere sotto una dittatura che impone restrizioni così forti? Ricorderemo alla prossima tornata elettorale che la mancanza di medici e infermieri nei nostri ospedali per continui e perpetui tagli alla sanità ha contribuito ad aggravare una situazione che di per sé non era definibile come rosea?

Faremo tesoro di quest’esperienza? Capiamo la barbarità di uno slogan come “prima gli italiani”? E se io mi ammalassi qua in Spagna e la logica fosse “prima gli spagnoli” (quello che vorrebbe VOX, il partito iberico di estrema destra)?  

Queste domande retoriche si assuefanno nella mia testa, che continua libera a svagare su tantissimi temi. Mi commuovo nel riguardare sul cellulare i numerosi video che stanno letteralmente intasando il mio Instagram e Facebook: italiani che riescono a fare quello che gli riesce meglio. Che cosa? Fare gli italiani!! Perché sì, tra le mille lacune che ci portano ad essere spesso il fanalino di coda di questo mondo sviluppato, è fortissimo il sentimento che provo verso la mia patria, verso casa mia. Non solo perché primo paese europeo ad essersi assunto una fortissima responsabilità nel bloccare quasi in toto un intero Paese per tutelare la salute dei propri cittadini, ma anche perché più simpaticamente siamo stati i primi (nelle cose belle siamo spesso precursori!) ad aver incominciato a lanciare messaggi di speranza dai vari balconi d’Italia.

Tra musica, canti, cori e inni alla vita, una schifosa quarantena si è tramutata in piccoli momenti di condivisione quotidiana con i nostri dirimpettai. Mi commuove sentire il nostro fantastico inno sparato a tutto volume dai vari balconi nostrani. Un inno che ci unisce, che suona nei momenti di festa, quando la nazionale è unita e lotta contro tutto e tutti. Siamo noi adesso che lottiamo ed è qui che Mameli ci arriva in aiuto:

Stingiamci a coorte,

Siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte.

L’Italia chiamò.

Disposti a tutto per la patria quando l’Italia chiama, disposti perfino a morire. L’amaro in bocca in questo caso deriva dal fatto che in questo momento dobbiamo combatterla la morte essendo pronti a rinunciare alla nostra libertà. Ci uniamo quindi come popolo, dimenticando le nostre profonde differenze interne, partecipando alla lotta comune contro un nemico invisibile, applaudendo l’operato dei vari medici e infermieri di tutta Italia, donando soldi alle strutture ospedaliere… insomma stringerci in un grande abbraccio figurato per difendere ciò che abbiamo di più caro: CASA NOSTRA!

Ed è grazie al nostro virtuoso esempio che anche in Spagna hanno capito quanto sia adesso importante preservare la salute di tutti stando a casa. Allo stesso modo i cugini iberici ci imitano dai vari balconi spagnoli. Io fiero guardo dalla finestra e condivido la “gioia” dei miei vicini sapendo in cuor mio che l’idea originale ha natali italici (motivo di orgoglio per me in questo caso). Ed è bello vedere come le persone diventino più umane nelle difficoltà: il vicino rompi palle che fino a ieri citofonava per l’ennesima volta per la musica ad alto volume, in questa circostanza gioisce insieme a noi.

Ce la faremo tutti insieme, uniti.

Dato il particolarissimo momento in cui ho trasposto i miei pensieri sulla carta mi sento di concludere con la frase che ha pronunciato il nostro Presidente del Consiglio pochi giorni fa:

Fratelli d’Italia (questo lo aggiungo io), stiamo distanti oggi, per abbracciarci con più calore domani

Giuseppe Conte

EDOARDO CAPPELLARI

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