REALITY vs REALTÀ

Ogni anno stessa cantilena:

“non riusciamo a trovare lavoratori perché pigri e viziati dal reddito di cittadinanza”.

Queste dichiarazioni rilanciate sulle prime pagine dei giornali e spalleggiate da Confindustria sono per me inaccettabili, oltretutto se mascherate da vittimismo post pandemia.

Perché lo chiamo vittimismo? Perché mi sono sempre, e ribadisco sempre, schierato dalla parte dei ristoratori per tutto il periodo di chiusure sincopate da un anno e mezzo a questa parte ed è proprio su questa mia presa di posizione che mi sento di condannare queste offese gridate da tanti ristoratori e ripetute da molti gruppi editoriali.

La mia definizione di vittimismo deriva proprio da questo atteggiamento perpetuato sempre lo stesso periodo dell’ anno: inizio estate. Perché quella del covid è una scusante? Perché il motivo dei salari da fame destinati ai dipendenti del mondo ristorativo e turistico l’anno scorso e i vent’anni prima ancora era motivato dalle tasse che hanno questo vizio di essere troppo alte. Risultato? Per un’attenuante o per l’altra c’è sempre una scusante per non pagare in modo congruo i propri dipendenti e regolarizzare uno dei settori che produce più nero in Italia (insieme all’agricoltura). Che le tasse siano troppo elevate è vero, ma che questo sia un buon motivo per non regolarizzare i propri dipendenti no!

Il 77% di tutti i lavoratori a nero lavora nel settore servizi, fonte: Sole 24 ore.

In questo ultimo anno e mezzo mi sono opposto ed ho sempre spalleggiato le proteste dei ristoratori. Chiudere ristoranti con la scusa che andare a mangiare una pizza significava “fomentare il contagio” mentre autobus e catene di negozi (vedi zara e simili con la scusa di dover comprare abiti per i bambini) strabordavano di persone mi ha sempre fatto venire il voltastomaco. I ristoratori sono stati massacrati, non solo perché dopo la prima ondata hanno rimodificato tutti i locali adottando le corrette misure di sicurezza, ma anche perché non si è mai avuta la lungimiranza di capire che forse era meglio avere 30 persone sedute a dei tavoli distanziati che 100 che toccavano e provavano vestiti o si azzannavano per l’ultima magliettina in saldo. L’elemento peggiore è che con le misure prese i soliti colossi industriali sono rimasti illesi mentre la piccola attività no.

C’è un però in questa vicenda. Nonostante ribadisca la mia vicinanza a tutti i professionisti del settore e che ad alcuni di loro si sono spesso riservate le peggiori ingiustizie, è vero anche che dall’altra parte non si è parlato di un elemento portante:

<<tutti i ristoratori che hanno lamentato i mancati sussidi hanno la coscienza a posto?>>

Dico questo perché il sussidio da pandemia o come volete chiamarlo “decreto ristoro” ha secondo me svolto la funzione di vaso di pandora: se non hai dichiarato è ovvio che non ricevi soldi o se l’anno prima hai dichiarato un terzo di quello che hai realmente incassato è fisiologico che non figuri che la tua attività risulti in perdita.

Inoltre, perché non si è mai intervistato quella parte di lavoratori dipendenti del settore in merito a questa questione? Sapete perché pongo questa domanda così sarcastica e polemica? Perché ho lavorato come cuoco per diversi anni e so per esperienza diretta ed indiretta che la maggior parte degli stipendi vengono erogati fuori busta, dal ristorante di charme alla pizzeria al taglio di paese. Si parla di cucina dalla mattina alla sera su tutti i canali televisivi a tal punto di aver fatto diventare delle Star quelli che 10 anni fa erano cuochi eccezionali ma che vivevano nell’anonimato. Si è spettacolarizzato un mondo come quello ristorativo che è tutt’altro che roseo: è fatto di grandi assenze da casa, dagli amici, dalle serate, dal duro lavoro e… dalla mancanza di diritti. Quando fate amicizia con un cuoco, non pensate a lui come Cannavacciuolo (anche perché sarebbe come dire che tutti quelli che giocano a calcio sono bravini quanto Messi e Ronaldo) bensì ad una persona che fa un mestiere da televisione ma con un salario da miseria.

È in questi giorni addirittura diventato famoso Nicola Ferrelli quel ristoratore che ha detto scandalizzato ad un giornalista di TGR Lombardia: “I ragazzi vengono qui e mi chiedono quante ore devono lavorare e per quanti soldi”.

Ed è qui che a mi dà fastidio la televisione da talent culinario (ma anche in generale). “In cucina ci vuole amore, passione, sacrificio”: questa è la frase più ripetuta da tutti i cuochi televisivi. Tutto vero: fare il cuoco è un mestiere che devi amare per sopravvivere e continuare a farlo. Ma… il benzinaio quando vai a fare il pieno non vuole amore, passione e sacrificio. Vuole 50 euro. Quindi questo presuppone che tutto quel sacrificio, quella passione e quell’amore tanto inflazionato venga ripagato. Lavorare 15 ore al giorno sette su sette per 1200 euro al mese si chiama sfruttamento, punto e basta.

Sapete che rispondo a quelli che dicono <<I ragazzi non vengono a lavorare perché c’è il reddito di cittadinanza”>>? Fanno bene.

Perché ci deve sempre essere una dignità sul lavoro che sia con o senza cravatta, stagionale o indeterminato, da ultracinquantenne o da appena sedicenne.

EDOARDO CAPPELLARI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...