RINCOMINCIARE FERMANDOSI

Io sono una casa. È buio al mio interno, la mia coscienza è una luce solitaria, una candela al vento. Tremola, da una parte e dall’altra. Tutto il resto è avvolto nell’ombra. Tutto il resto giace nell’inconscio. Ma le altre stanze ci sono. Nicchie, corridoi, scale, porte. Sono sempre lì. Tutto ciò che vive dentro di essa, tutto ciò che vaga dentro di essa, è sempre lì. Continua a vivere e a operare. All’interno della casa che sono io. L’istinto, l’eros, i tabù, i pensieri proibiti, i desideri proibiti. Tutti quei ricordi che non vogliamo vedere in piena luce, che abbiamo spinto via dalla luce, continuano a ballare intorno a noi nel buio. Ci tormentano e ci pungono; ci perseguitano, bisbigliano. Ci fanno paura, ci provocano sofferenza.

Freud, Episodio 1- Isteria

n giorno di quarantena.

Tutto si è fermato, rimaniamo in casa sperando che nessuno di noi possa contrarre il virus, prendiamo precauzioni. Gli orari che scandivano tutte le nostre giornate non le scandiscono più. Ci concentriamo sul qui e ora, su come occupare il tempo, su come non sentirci soli. Non possiamo più uscire e vedere persone per non pensare e allontanarci da tutto. Stiamo in casa.

Distanziamento sociale.

Riscopriamo il piacere nelle piccole cose, nel fare una passeggiata, nel fare la spesa, nel pensare che tutto non ci è dovuto, o almeno così non dovrebbe essere. Sono convinto che se ci fermassimo un attimo e smettessimo di correre all’impazzata per raggiungere quegli obiettivi che ci siamo imposti senza sapere il perché, ci sentiremmo riaffiorare. Abbiamo l’occasione di stare con noi stessi, di scoprire chi siamo e di conoscerci. È una bella opportunità, quella di conoscersi. Sono su un’altalena e oscillo tra la preoccupazione reale che io possa ammalarmi o che qualcuno della mia famiglia possa ammalarsi, venendo ricoverati in totale solitudine e, perché no, morire, e il soffermarmi a guardarmi dentro.

Chissà se finalmente cambierà tutto una volta usciti di casa, chissà se cambieremo il modo in cui guardiamo la realtà che ci circonda. Chissà se riusciremo finalmente ad apprezzare veramente ciò che ci fa sentire bene e tralasciare ciò che è privo di un senso. Chissà se abbandoneremo tutti quei pregiudizi che ci allontanano dalle persone e dai noi stessi.

I ritmi cambiano, sembra di tornare indietro di anni, come ai tempi delle guerre, quando era necessario fare scorte e numerose famiglie dovevano suddividersi il cibo, per non restare senza. Rinunciare di finire un grissino per offrirlo al proprio padre perché manca il pane e non si sa quando si potrà riaverlo. C’è chi cerca forsennatamente una videochiamata per non perdere tutto quello che c’è al di fuori, come se la propria vita fosse là e non al di dentro, e c’è chi finalmente non si sente in dovere di farla quella videochiamata perché non bisogna indossare nessun costume o occupare un posto. C’è chi fortunatamente o sfortunatamente lavora ancora, in remoto o in loco, c’è chi ne approfitta per recuperare il tempo perso, tra studio e lavori da fare in casa e c’è chi in questo momento di grande pausa continua a sbattere tra le pareti della propria stanza.

Ciascuno di noi porta dentro un’ombra sanguinante, qualcuno più degli altri, che ci tiene compagnia. A volte sussurra, altre volte sembra sparire e poi ecco che riappare di nuovo in una nuova forma a noi sconosciuta. Come se volessimo rimuoverla. La rimozione è un processo conosciuto che è stato studiato per anni in ambito psicanalitico: è un meccanismo psichico inconscio che allontana dalla consapevolezza del soggetto quei contenuti considerati inaccettabili dall’Io. Desideri, pensieri o residui mnestici la cui presenza provocherebbe ansia e angoscia. Perché cercare al di fuori noi stessi? Perché cerchiamo freneticamente una distrazione che ci allontani da ciò che ci anima? C’è chi preferisce fingere e voltare le spalle alla propria persona, alle proprie paure, ai propri traumi, alle proprie sofferenze.

Insabbiamo.

Insabbiamo tutto quello che fa cadere la nostra presunta immagine di “persona normale”. Immagine alla quale dedichiamo buona parte della nostra vita, se non tutta. Vogliamo sembrare stabili e sicuri in un mondo paradossale che è l’opposto del mondo che anima, quello che abbiamo dentro, che è tutto fuorché stabile e sicuro. Essere puliti e incontaminati, è quello che ci insegnano fin da piccoli con le favole a lieto fine e con una morale impossibile da applicare alla vita vera. Nascondiamo il Pinocchio che ognuno di noi ha dentro. Per cosa? Per essere “normali”, per risultare invece che essere. Interessanti agli altri e interessanti a noi stessi nel momento in cui ci guardiamo davanti a uno specchio, e vediamo l’immagine riflessa di ciò che siamo veramente, senza bugie, bugie agli altri, bugie a noi stessi.

Io sono Mauro Negri, ho ventiquattro anni, osservo e tocco con mano tutto quello che mi fa soffrire, che non accetto, che mi fa paura. Cerco di condividere, con chi meglio credo, con la speranza che il confronto mi porti un giorno ad accettare tutto quello che sono e a muovermi finalmente libero e senza catene.Nessuno sa cosa succederà, nessuno sa quando passerà questa temutissima pandemia e nessuno sa quando potremo uscire a fare quello che abbiamo sempre fatto. Però possiamo decidere, quando sarà il momento, come uscirne. Se fare finta che non sia successo nulla e riprendere dallo stesso punto in cui ci siamo fermati il 9 marzo, oppure investire in tutto questo e cercare di migliorare noi stessi. Migliorare noi stessi non promettendo di rispettare ideali che difficilmente rispetteremmo o facendo promesse che probabilmente non manterremmo, no.

Migliorare noi stessi partendo da noi stessi, cercando di fare luce dentro le nostre case.

MAURO NEGRI

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